20090930

sott' e n'coppa

sottosopra

foresto

jpgforèsto - forestiero, straniero
dal provenzale forestier, derivante dal lat. foris (= fuori)


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| frastìre

20090929

Frastire

frastire
Il forestiero era un termine che sentivo pronunciare (in dialetto) solo quando soggiornavo nel mio paese natale.
Quando si doveva parlare di uno sconosciuto o di un qualsiasi individuo che non risiedesse nel raggio di pochi chilometri lo si catalogava come forestiero. Ci ho messo degli anni per capire che non erano uomini di altra nazionalità ma semplicemente "non conoscenti".
Da qui mi ricollego al film "Il vento fa il suo giro" (sotto riporto un vecchio post nato dalla visione del film) dove il forestiero, arrivato in una piccola comunità "occitana", non viene accettato perchè diverso, perchè non conforme agli usi e costumi locali perchè portatore di altri valori. Dall'infinitamente piccolo possiamo arrivare fino agli extracomunitari che oggi vengono respinti come barbari invasori.

"Il vento fa il suo giro"
Il film inizia aprendo una finestra su una piccola comunità occitana persa nelle valli piemontesi.
Con il passare dei minuti ci si sente scaldati dal tepore delle tradizioni secolari del piccolo paese di Chersogno.
Infine, con il calare della nebbia, si avvertono i primi brividi di freddo.
Ci si sveglia al cospetto delle diversità, delle frustrazioni, delle incomprensioni dei vari protagonisti, riportando lo spettatore alla realtà iniziale: proprio come il vento, che fà il suo giro e prima o poi ritorna.

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20090928

In su bucconi spratziu…

Ecco come prosegue il detto sardo: … s’angelu si dui sezziri.
Esistono anche delle varianti (peraltro poco rilevanti) del tipo: in su bucconi sparzìu, s’angelu s’inci sezziri (Adriano Vargiu, Guida ai detti sardi, Sugarco, Milano, 1981, p.55).
O anche: su bucconi spartìu, s’angelu s’inci sezziri (Patrizia Mureddu e fratelli, A mustazzu stampaxinu, femina biddanoesa, Scuola sarda editrice, Cagliari, p.27) ecc.
Comunque, il detto significa: l’angelo siede, prende posto nel boccone che si divide.
Sono parole molto belle, che indicano un proposito solidaristico, la volontà di non escludere l’altro.
Se immaginiamo la Sardegna quasi totalmente agro-pastorale e semideserta d’alcuni decenni fa, capiamo facilmente il valore di questo detto.
In quella Sardegna, infatti, di norma i centri abitati si trovavano a notevole distanza l’uno dall’altro: spesso si potevano percorrere decine di km senza incontrare anima viva.
L’alimentazione era poverissima, anzi diciamo pure misera perciò il fatto di dividere il proprio cibo con altri era encomiabile.
Inoltre, non si poteva essere del tutto sicuri dell’identità di chi si decideva d’aiutare. Soprattutto nel caso di un viaggiatore, di un forestiero ecc. poteva trattarsi di un bandito, di un latitante…
Tuttavia, il dovere dell’ospitalità non ammetteva eccezioni.
Del resto, l’ospite era accompagnato da un’aura di mistero e forse anche di sacralità.
Esistono molti racconti e leggende in cui i protagonisti sono Cristo e gli apostoli, che vagano per la Sardegna in cerca di cibo o di riparo per la notte…
Incidentalmente: penso che questo elemento narrativo-leggendario sia comune a molte regioni italiane.
In ogni caso, che il detto citato non venisse sempre applicato è provato dal fatto che alcune delle leggende in questione terminavano con alberi, luoghi o persone pietrificati, inceneriti ecc.!
In ogni caso, su bucconi spratzìu non poteva nascere che da una cultura fondamentalmente solidaristica.
Ho sentito per la prima volta questo detto da persone originarie di Sinnai, una cittadina a pochi km da Cagliari.
Ho poi avuto il piacere di ritrovarlo in epigrafe alla Compagnia dei celestini del bolognese Stefano Benni.
In conclusione, sia bogai a son’e corru (già commentato nell’omonimo post) che in su bucconi esprimono una visione storico-sociale.
Il 1° è la storia di un’esclusione, anche violenta; come non pensare, ai giorni nostri ai cd “clandestini”?
Il 2° esprime una volontà di inclusione.
Io penso che se siamo esseri umani dobbiamo optare per la condivisione, per il dividere con l’altro. Ed allora, anche se l’angelo non prenderà posto tra noi, forse saremo gli angeli di noi stessi.

tacon

rattoppo

tacón = toppa, rappezzo
quindi taconàre = rattoppare

ze pezo el tacón del sbrego = è peggiore il rimedio del malanno
lett. = è peggiore il rattoppo dello strappo

20090927

lo pal

video

fonte: YouTube
wiki: Occitania, Lingua occitana
traduzione: QUI

20090925

L'albero degli zoccoli

Io sono figlio di quella terra e quindi per me è come fare il ritratto della madre. La madre la riconosciamo davvero quando è perduta. Quando l'abbiamo accanto la madre è una realtà che ci spetta, non ne siamo del tutto coscienti. Quando ci viene a mancare, allora, cerchiamo nella memoria di ricomporre il suo volto, sentire le voci, avere addirittura una sensazione palpabile del ricordo... e questo somiglia molto al cinema.
Ermanno Olmi

Sta tutto in questa frase il significato de L'albero degli zoccoli, il piccolo gioiello del cinema dialettale girato da Ermanno Olmi nel 1978, che gli è valso, oltre a una Palma d'Oro al Festival di Cannes, la riconoscenza e la stima di quanti, non solo bergamaschi, hanno sentito almeno una volta il bisogno di riscoprire un paesaggio, i personaggi, i riti e i modi di vita millenari della propria terra.

Il film si svolge semplicemente seguendo la vita di una cascina della bassa pianura bergamasca, nei mesi compresi fra l'autunno del 1897 e la primavera del 1898.

Il personaggio principale è Batistì, un papà affettuoso diviso fra le preoccupazioni per il figlioletto maggiore, Mènec, al quale è stato offerto il privilegio di andare a scuola (un lusso che nell'indigenza è quasi fonte di vergogna: "Al s'cèt d'ön paisà che 'l va a scöla! Cosa dirà la zét!"), e quelle per un terzo bambino in arrivo. Sulla sua famiglia si consuma, impietosamente, un dramma della povertà e dell'ingiustizia: un giorno Mènec torna a a casa con uno zoccoletto rotto, e il padre, non avendo i mezzi per comprare delle scarpe, decide di tagliare un albero per costruirgliene un paio nuovo. L'albero, come quasi tutti gli animali, gli attrezzi e i locali della cascina, il raccolto e i campi, è proprietà del padrone, e appena questo viene a conoscenza del furto Batistì e la sua famiglia vengono costretti a lasciare tutto e ad andarsene, con le loro poche cose e un figlio ancora in fasce.

Attorno a questa vicenda, che apre, chiude e dà il titolo al film, si intrecciano gli episodi dell'umile vita della cascina e delle altre tre famiglie che la abitano. Quella della vedova Runk, alla quale è da poco mancato il marito e che si trova costretta a lavorare come lavandaia – schiena rotta dalla fatica e mani nell'acqua gelida sotto la pioggia e la neve – per poter sfamare i suoi figli. Quella litigiosa del Finard, alle prese con un figlio a suo dire sfaccendato e segnata, insieme alla pena per la sopravvivenza quotidiana, dalla violenza dell'alcolismo. E infine quella, forse la meno sfortunata, della giovane Maddalena, pudica sposina che troviamo impegnata prima nei preparativi delle sue nozze con un ragazzo del paese, e poi in viaggio in una Milano scossa dalle rivolte per il caro pane e dalle cannonate di Bava Beccaris, assistendo, come in un romanzo manzoniano, a una irruzione della Storia, quella grande e rumorosa, nelle storie minute, silenziose e discrete dei singoli individui.

Interpretato interamente in dialetto bergamasco da contadini e gente della campagna bergamasca senza alcuna precedente esperienza di recitazione, questo è un film eroico, che parla direttamente all'animo delle persone. Solenne e sereno, grave eppur lieve, come le musiche di Bach che l'accompagnano. Un racconto profondo e rispettoso del mondo dal quale veniamo: un patrimonio di cultura popolare, lingue ed esperienza che solo a fatica oggi riusciamo a intuire nei ricordi malinconici degli anziani, e che è andato perso quasi del tutto, sopraffatto dagli imperativi di uno sviluppo che chissà poi se è anche vero progresso.

Con un linguaggio cinematografico scarno ma ben accordato al modo di essere dei contadini di questa terra, Olmi ha voluto mostrarci lo scorrere di una vita essenziale, scandita da ritmi dimenticati. Quelli lenti e poetici della campagna, con i suoi suoni (lo scorrere dell'acqua, il goglottare dei tacchini nell'aia, i rintocchi delle campane), il susseguirsi delle stagioni e il lavoro nei campi; quelli delle storie e dei proverbi raccontati ai bambini davanti al fuoco; quelli consolatori della preghiera e di una religione semplice, al limite della superstizione (perfettamente rappresentata dall'acqua benedetta che la vedova Runk fa bere alla mucca malata per farla guarire, o dalla pozione che la donna del segno, una sorta di maga guaritrice, prepara per liberare il Finard dai "malanni" presi per la rabbia per la perdita di una moneta d'oro).
L'ambiente da lui narrato è certamente in parte idealizzato, -gli sono stati rimproverati in particolare una rappresentazione troppo lirica del mondo contadino, la cancellazione della lotta di classe, i pochi e bonari accenni alla grettezza, l'avidità e gli odi feroci che si consumano nella disperazione della sopravvivenza quotidiana-, ma corrisponde sempre alla realtà storica e consente di ricavarne estratti molto rappresentativi.

Più che nel complesso della trama infatti, la ricchezza e il pregio di questo film si trovano in tanti piccoli, intensi momenti, nei dettagli disseminati nella narrazione come perle lungo un filo: una sera d'inverno passata a fare filò nella stalla, stretti attorno al tepore degli animali, per raccontare qualche storia o recitare il rosario; i contadini riuniti nel cortile del fattore per la pesatura del raccolto che si fermano ad ascoltare incantati la musica di un grammofono; la ventata di leggerezza portata nell'aia dal colorato Frikì, loquace e imbonitore venditore di stoffe ("Al sa la tròa gnè a ròbala chèsta roba ché!"); una canzone urlata nella notte sulla strada di casa per allontanare la paura del buio, di qualche malintenzionato o semplicemente l'incertezza insita in una vita in cui nulla è garantito. E poi quelle particolari raffinatezze, nei dialoghi misurati e nei gesti sinceri dei personaggi, che colpiscono al cuore, come lo sguardo commosso che Batistì, senza osare avvicinarsi, rivolge alla moglie che stringe fra le braccia il figlio appena nato; il timido corteggiamento di Stefano alla sua innamorata Maddalena, quando con una delicatezza infinita le chiede se può "cercarle un bacino"; o ancora le parole con cui la madre di Maddalena, nella cruda scena della macellazione del maiale, cerca di calmare l'animale terrorizzato perchè gli uomini possano incappiargli le zampe, parole che sembrano quasi esprimere dispiacere per la sorte cruenta che gli spetta ("Si dré a fa, a copàla prima del tép! Ché bela, ché. Poéra bestia").

Brevi scene di struggente bellezza, rivelatrici della sensibilità di Olmi verso un passato rurale che ha conosciuto dai racconti della nonna materna e al quale è stato sempre molto legato.
Un passato fatto dalle vite di persone molto povere, ma non per questo miserabili; anzi forti di valori autentici, che non vengono mai meno, nemmeno nell'indigenza estrema. Prima fra tutti la solidarietà: basti pensare alle donne della cascina che si riuniscono per assistere nel parto la moglie di Batistì, che non può permettersi la levatrice; o a nonno Anselmo che non esita ad offrire una scodella di polenta e latte al mendicante Giopa. Poi quel senso di unità e quella straordinaria dignità che si leggono nelle parole dure e già adulte del figlio quattordicenne della vedova Runk, quando rifiuta di dare in affidamento alle suore le due sorelle più piccole. E infine la compassione, la partecipazione composta di tutti al dolore della famiglia di Batistì quando si allontana sul carretto, inghiottita dal buio, dall'ignoto e dall'assenza di storia degli sconfitti.

Io sono stato forgiato dentro questa realtà rurale. Quindi non ho pensato al cinema, ma è stato questo mondo contadino che mi ha stimolato, direi quasi costretto, a fare del cinema, considerando questa realtà come fosse la parte più importante della mia vita.
Ermanno Olmi

moleta

moléta | arrotino

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20090924

cógoma

20090923

stratólto

stratòltoagg. stravolto, sfinito

20090922

Cantarci per raccontarci, cantarci per comprenderci

Con questo titolo Davide Van De Sfroos, in veste di direttore artistico, ha presentato al pubblico la seconda edizione di ID&M - Identità & Musica, il festival dedicato alla cultura musicale dei territori che si svolgerà il 6 e il 7 novembre 2009 a Milano, presso il Teatro degli Arcimboldi.

L'evento è stato fortemente voluto dall'Assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia Massimo Zanello per dare visibilità e valore alla cultura musicale regionale, ed è organizzato da Consel Divisione Eventi.
«Uno spazio prestigioso ed una direzione artistica di indubbia qualità per un festival della musica dei territori» – dicono gli organizzatori. È in sintesi il progetto ID&M. Il linguaggio musicale diventa l'occasione per offrire al pubblico la ricchezza della lingua locale come espressione del legame alla terra, luogo di identità e partecipazione. «ID&M vuole essere, negli intenti, una rassegna di musica popolare, che nasce dal volgo e al volgo ritorna per descrivere sè stessa, per parlare della vita, delle radici, della persona».
Il festival inizierà già la serata del 15 ottobre al Teatro Dal Verme, quando 12 voci lombarde tra solisti e band emergenti, selezionate tra le numerose candidature pervenute, si esibiranno -rigorosamente in dialetto- di fronte a una commissione artistica qualificata, composta da professionisti del settore, critici musicali, rappresentanti dei media e di etichette discografiche. Due di loro avranno poi la possibilità di salire sul palco del Teatro degli Arcimboldi il 6 e 7 novembre, insieme ai grandi nomi della musica italiana, tra i quali Enrico Ruggeri, Francesco De Gregori, i Tazenda, Teresa De Sio, Simone Cristicchi e il coro dei minatori di S. Fiora, Andrea Mirò, Luigi Maieron e Lou Dalfin.
Due "serate evento" dove l’energia del ritmo e la forza delle parole si fonderanno nella musica di artisti che canteranno un repertorio di brani rappresentativo della cultura delle loro terre di provenienza.

Per informazioni e prenotazioni:
sito internet: www.identitaemusica.it
e-mail: eventi@conselonline.it
telefono: 0332.239607

VareseNews.it | 14 settembre 2009

cèo

calvin

cèo = piccolo, minuscolo, riferito solitamente a bambino


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| bòcia ¬ freche ¬ tóso ¬ gnaro ¬ frégo ¬ fantolìn

20090921

brolo

bròlogiardino / frutteto
(dietro, vicino a un'abitazione)

... da cui l'italiano: imbroglio - italianizzazione di brojo, deformazione di brolo cioè "orto". Dietro al Palazzo Ducale c'era un orto dove andavano i senatori veneziani per mettersi d'accordo prima delle votazioni: "lori i (in)Brojava" = "loro si mettevano d'accordo prima di votare".

20090919

Accufecchià, 'ccufecchià

accufecchià, 'ccufecchià : coprire bene

Accufecchià, 'ccufecchià, coprire bene. Nel Dizionario del dialetti piceni fra Tronto e Aso, di F. Egidi, troviamo che la voce significherebbe 'appiattarsi'; e così anche a Montefiore e Montegallo; ugualmente "ccheficchià" ad Offida e Monsampolo.

Sarà che la temperatura, dopo il tramonto, non è più quella di qualche settimana fa, ma sul letto ho messo la copertina di lana, e di sera, mi sistemo bene sotto il suo tepore, tutta 'ccuficchiate.

Ricordo la prima volta che ho sentito questa espressione, dopo poche settimane dal mio matrimonio, ero in montagna con la cognata (sorella di mio marito) e due bambine, sua figlia e una sua nipote, un mattino, dalle coperte del letto, di questa nipote, spuntava si e no, il naso... mia cognata si mise a ridere e disse: "che sti a fà, nepo' tutta 'ccuficchiate? Sinte fredde?" (che stai facendo, nipote, tutta coperta? Senti freddo?), e al mio sguardo attonito, tradusse, iniziadomi così allo studio del dialetto Sambenedettese! Adesso queste due bambine, sono mamme, la nipote di mia cognata, ha 2 figli mentre, la figlia di questa congnata, mia nipote, ne ha 3... come passa il tempo!

20090918

pomo ingranà

melograno

fregüi

frégüi | briciole

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| frameche ¬ frégole

20090917

stralòcio

strabico

20090916

“A son ‘e corru”

L’espressione a son ‘e corru (così pronunciata ma che troverei più corretto scrivere a su sonu de su corru) è tipicamente cagliaritana. Da Cagliari essa si sarà diffusa anche in altre zone della Sardegna del sud. Significa "al suono del corno".
A qualcuno quell’espressione evocherà atmosfere e suggestioni medievaleggianti… le imprese dei paladini di Francia, cacce nella foresta, sante e faticose ricerche del Santo Graal…
Altri penseranno a piccanti gesta adulterine; non si sa poi perché se la nostra società gareggia, fino ai suoi vertici, nell’esercizio di una continenza poco meno che monacale.
Ora, il riferimento giusto è quello medievale. Infatti, durante i 4 secoli di dominio spagnolo su cussus poberus sardus (quei poveri sardi) fiada sa lei (era legge) che la parte alta della città fosse soggetta a coprifuoco.
Quella parte costituiva il centro politico-amministrativo e militare di Cagliari e per gli spagnoli, i cagliaritani non vi si dovevano trattenere oltre le 20.
Così, quando cussus dimonius sonanta su corru (quei diavoli suonavano il corno) is casteddaius (i cagliaritani) dovevano telare.
Chi non rispettava tale lei leggia (brutta legge) veniva scaraventato dagli spagnoli giù dalle mura… sulle rocce sottostanti.
Magari un contadino, un artigiano, un commerciante ecc. aveva dei problemi con ruote o assi del proprio carro, con un asino o un cavallo recalcitrante.
Una trattativa d’affari poteva andare per le lunghe o forse qualche spagnolo alluttu (acceso, in senso sessuale) gli aveva molestato la moglie o la figlia; era quindi sorta una questione da dirimersi a curteddu (col coltello).
Ma po is meris de is sardus (per i padroni dei sardi) niente di tutto questo poteva evitare il volo dalle mura.
Col tempo, i cagliaritani hanno dimenticato l’origine ed il senso reali de ci (o ddu) anti bogau a son ‘e corru (l’hanno cacciato al suono del corno). E’ diventata un’espressione a sfondo umoristico, sinonimo di cacciata clamorosa, senza possibilità d’appello.
E’ stata così dimenticata l'orribile fine di tantissimi sardi.
Pare inoltre che dopo aver sfracellato la vittima di turno, si pronunciasse la formula stampax, stai in pace. Forse “stampax”, evidente corruzione del latino stas in pax (o simili) ha dato il nome al quartiere limitrofo di Stampace… in sardo Stampaxi.

20090915

conta uno

Happy Birthday, dear Dicon...

20090913

meneghello, luigi

Non posso correre il rischio che la mia roba somigli a stupidaggini come la "venetizzazione" dei cartelli stradali. Scemenze. Io disapprovo totalmente l'uso rozzamente polemico e strumentale che viene fatto dei dialetti, non solo quello veneto.

Luigi Meneghello, 1997

20090912

zanzega


Zanzèga, detta anche gazèga o vanzèga. Cena offerta ai muratori al termine della costruzione di una casa, o meglio, al termine della realizzazione del tetto. Tradizionalmente i muratori segnalano la fine dei lavori (e la richiesta della zanzèga) con la posa di una bandiera o di una frasca sul tetto.

Pignùtte

"Pignùtte" : frutto del pino.

20090911

Otere

"Tu ning' ut' e n'n fi ot!"
"Tu non hai pace e non la fai avere agli altri!"
Papà me lo dice perchè sono sempre stata iperattiva e nei miei convulsi programmi riesco ad agitare o per lo meno a stravolgere anche quelli degli altri.
Il verbo "Otere" quindi vuol dire avere pace, stare fermi, rilassarsi, prendersi i propi tempi, riposarsi.
Altra tipica frase :
"Mbè ut' n'attim!"
"Fermati/Riposati un attimo!"
Se avete notato si cambia la vocale a seconda che sia infinito (e allora sarò Otere) o coniugato alle varie persone (Ut').

Làudate cavagnu...

Làudate cavagnu che u manegu u te ghe lascia.
(lett: lòdati cestino che il manico ti ci lascia) ovvero: chi si loda si imbroda, riferito al miglior presidente del consiglio degli ultimi 150 anni.

sanpieròta

sanpieròtaLa sanpieròta o "sampieròta" è un'imbarcazione che prende il suo nome da San Pietro in Volta, uno dei borghi dell'isola litoranea di Pellestrina. È un'imbarcazione a fondo piatto in legno tipica della tradizione lagunare veneta. Originariamente utilizzata per la pesca lagunare, può essere spinta a remi da due rematori (uno a poppa e uno a prua) oppure da uno solo a poppa (con un remo, o con due remi nella vogata detta "alla valesana"), da un piccolo motore fuoribordo (normalmente con un massimo di 9.9 cv), oppure a vela, armata "al terzo". In questa configurazione l'armo velico può a sua volta essere composto dalla vela maestra (la randa) issata sull'albero maestro, cui affiancare un fiocco armato in testa d'albero, oppure un "vela di trinchetta" issata sull'albero di trinchetta (sul trasto di prua).

Si tratta di un'evoluzione del sandolo; la sua linea ricorda quella del topo ma rispetto a quest'ultima imbarcazione è più corta, larga e bassa di bordo. Ha prua alta e ampia per meglio affrontare le onde nelle bocche di porto.

La sua costruzione è più semplice rispetto a quella del topo, in quanto lo scafo viene realizzato seguendo la naturale elasticità delle assi di legno, senza bisogno di ricorrere a forme e piegature a fuoco.

20090910

caìa

caìa

caìa = avaro, spilorcio

stròpa

stròpavimine, ritortola
ramo di salice viminario (stropàro)
usato in agricoltura per effettuare legature

20090909

siésa

siésasiésa, siepe
[ dal lat. "saepes" = siepe; recinto, palizzata ]
la prima S è sorda, la seconda sonora

20090908

cìcara

cìcara

20090907

L’identità è una matrioska: somma di incontri e storie

Claudio Magris

Le dispute agosta­ne sui dialetti e gli inni nazionali o locali possono essere tutte sfatate da una lapidaria riflessione di Raffaele La Capria sulla differenza tra essere napoletani e fare i napole­tani.

Essere napoletani — o milanesi, triestini, lucani — significa sentirsi spontaneamente legati al luogo natio in cui ci si è rivelato il mondo, amare i suoi colori e sapori che hanno segnato la nostra infanzia, parlare il suo linguaggio — lo si chiami o no dialetto — indissolubilmente legato alla fisicità delle cose che ci circondano e alla loro musica; pastrocio, per me triestino, non sarà mai la stessa cosa del suo equivalente «pasticcio».

Fare i napoletani o i lombardi falsifica questa spontanea autenticità in un’artificiosa e pacchiana ideologia, aver bisogno di farsi fotografare sullo sfondo del Vesuvio o di inventarsi antenati celti, indossare qualche pittoresco e patetico costume folcloristico per mascherare l’insicurezza della propria identità. Chi sproloquia sui dialetti contrapponendoli all’italiano inquina la loro naturalezza, degrada la loro poesia a posa.

Il dialetto è una peculiarità fondamentale e ben lo sa chi, come me, lo parla correntemente ogni giorno a proposito di qualsiasi argomento, ma spontaneamente, non per rivendicare qualche stupida identità gelosamente chiusa, pronta ad alzare il ponte levatoio per difendere la propria sbandierata purezza. L’autarchia spirituale, come l’endogamia, produce malformazioni fisiche e culturali. La diversità è creativa solo quando, nell’affettuoso riconoscimento di se stessa, si apre al riconoscimento e all’amore di altre diversità, egualmente necessarie al mosaico del mondo e alla varietà della vita. La verità umana è nella relazione, in cui ognuno cresce e si trasforma senza snaturarsi, ha scritto Édouard Glissant, esortando a non sprofondare le radici nel buio atavico delle origini bensì ad allargarle in superficie, come rami che si protendono verso altri rami o mani che si tendono per stringerne altre.

Per parafrasare un celebre detto di Dante, l’amore per l’Arno — ossia per il luogo natale — e quello per il mare, patria universale, sono complementari. Il rullo compressore dei nazionalismi centralisti che ha spesso schiacciato le peculiarità e le autonomie locali è inaccettabile, ma lo è altrettanto il rullo compressore dei micronazionalismi locali, pronti a schiacciare le minoranze ancor più piccole viventi al loro interno. L’ipotesi del friulano quale lingua scolastica ufficiale aveva messo subito in allarme, a suo tempo, la minoranza bisiaca parlante bisiaco (peraltro non troppo dissimile) che vive nel Friuli Venezia Giulia.

Una distinzione fra lingua e dialetto è scientificamente insostenibile; sappiamo benissimo, ad esempio, che il friulano ha una sua compiuta organicità, strutturale e storica. Non so se ciò renda necessario insegnare l’inglese o la fisica in friulano e non credo che per questo i miei avi, i miei nonni e mio padre, friulani, mi considererebbero un rinnegato. Diversi sistemi linguistici hanno diverse possibilità, egualmente importanti ma appunto differenti. Una delle più universali liriche che io abbia mai letto — l’ho riportata tempo fa sul «Corriere» — è una poesia di dolore per la morte di un bambino, creata da un ignoto poeta Piaroa, un gruppo di indios dell’Orinoco che quarant’anni fa erano soltanto tremila e forse — non lo so — oggi sono estinti.
Quella poesia è degna di Saffo (che peraltro scriveva in dialetto eolico) o di Saba; non credo tuttavia che in lingua Piaroa si possano scrivere La critica della ragion pura, le Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni o la Commedia.

Ciò non significa negarle universalità, bensì prender atto di diverse possibilità e modalità di esprimerla. Herder, lo scrittore tedesco contemporaneo di Goethe, scorgeva in Omero e nella Bibbia la creatività aurorale e perenne della poesia, ma la trovava pure nell’anonima canzone popolare lettone ascoltata alla festa del solstizio d’estate.

Ogni luogo — come dice Alce Nero, guerriero Sioux e grande scrittore analfabeta — può essere il centro del mondo, piccolo o grande esso sia, molti o pochi sia­no i suoi abitanti — come i Sorbi che sono andato a visitare in Lusazia, i Cici o istroromeni che secondo l’ultimo censimento erano 822, un popolo a un terzo del quale ho stretto la mano, o gli abitanti di Wyimysau, un paesino in Polonia, che parlano una lingua unicamente loro. L’elenco potrebbe continuare a lungo, anche se di continuo muore qualche lingua, soggetta come gli uomini alla caducità. Ma il piccolo non è bello in quanto tale, come vuole un retorico slogan; lo è se rappresenta e fa sentire il grande, se è una finestra aperta sul mondo, un cortile di casa in cui i bambini giocando si aprono alla vita e all’avventura di tutti.

L’identità autentica assomiglia alle Matrioske, ognuna delle quali contiene un’altra e s’inserisce a sua volta in un’altra più grande. Essere emiliani ha senso solo se implica essere e sentirsi italiani, il che vuol dire essere e sentirsi pure europei. La nostra identità è contemporaneamente regionale, nazionale — senza contare tutte le vitali mescolanze che sparigliano ogni rigido gioco — ed europea; del nostro Dna culturale fanno parte Manzoni come Cervantes, Shakespeare o Kafka o come Noventa, grande poeta classico che scrive in veneto. È una realtà europea, occidentale, che a sua volta si apre all’universale cultura umana, foglia o ramo di quel grande, unico e variegato albero che era per Herder l’umanità.

I tromboni del localismo non possono capire la poesia, la potenziale universalità del dialetto. Sviluppando un’intuizione di Croce, Marin, notevolissimo poeta in gradese, distingueva «poesia in dialetto» e «poesia dialettale». La prima è semplicemente poesia tout court , che può essere anche grandissima esprimendosi nella lingua che le è congeniale, il veneziano di Goldoni o il viennese di Nestroy. La seconda è priva di universalità, è legata all’immediatezza vernacola e viscerale della peculiarità locale e incapace di toccare il cuore di chi non partecipa di quella peculiarità. Pure essa può essere molto simpatica nella sua colorita vitalità, ma non è poesia. Peraltro pure questa sua vitalità viene profanata dai cultori del geloso localismo, che senza volerlo la ridicolizzano nelle loro pretese di purezza originaria, come l’acqua del Po versata nel Po, non consigliabile da bersi.

C’è e c’è stata una sacrosanta rivendicazione del dialetto quale espressione di classi subalterne e sfruttate, tenute a lungo lontane dalla cultura nazionale dominante e per tale ragione iniquamente disprezzate da chi le aveva ridotte in tale condizione. C’è, fra le tante, un’incisiva testimonianza di Guido Miglia, lo scrittore istriano scomparso non molto tempo fa, che visse la drammatica esperienza dell’esodo dalla sua terra, alla fine della seconda guerra mondiale, da italiano che amava il suo paese senza indulgere ad alcun pregiudizio antislavo. Miglia ricorda come, quando insegnava nell’interno dell’Istria, ci fosse fra i suoi scolari uno che sapeva dire soltanto pasculat, perché portava le greggi al pascolo, ed era perciò tagliato fuori dall’istruzione scolastica.

Come ha capito don Milani a Barbiana, agendo in conseguenza, anche chi sa esprimersi solo con il linguaggio del suo elementare vissuto quotidiano si esprime fondandosi su un’esperienza reale e può dunque possedere una reale ancorché semplice cultura, capace di unire con istintiva coerenza la propria vita, la propria visione del mondo e i propri giudizi sul mondo. Tale cultura, anche se poco autoconsapevole ma vissuta con tutta la propria persona, può essere più profonda di quella più sofisticata ma orecchiata senza essere fatta veramente propria. Una pretesa cultura «alta» che ricacci brutalmente in basso quelle linfe — da cui nasce ogni cosa e da cui è nata quindi anch’essa — è ottusamente prevaricatrice, e lo è pure un’egemone cultura centralista che comprima le diversità locali che hanno contribuito e contribuiscono a formarla, così come — Dante insegna — i diversi volgari d’Italia hanno costruito il volgare italiano. Reprimere questi vitali processi è non solo ingiusto, ma anche autolesionista.

Il ragazzino inizialmente capace di dire soltanto pasculat dev’essere compreso nelle ragioni storico-sociali che lo hanno emarginato e aiutato a riconoscere se stesso e a conservare in sé le linfe elementari di quel pasculat. Ma, come Gramsci insegna, egli va soprattutto aiutato a innestare quelle linfe in una realtà intellettuale più ampia, aiutato a capire il mondo e la propria stessa arretratezza e dunque a combattere questa ultima. Chi vagheggia culture «alternative», dialettali o altre, favorisce la discriminazione sociale e ostacola il cammino di chi vuol emergere dal buio. Il dialetto non può essere usato regressivamente in opposizione alla lingua nazionale. Gramsci auspicava che il «popolo» si riappropriasse della cultura alta e magari del latino, che aiuta a capire la complessità del mondo e a non lasciarsi fregare. Ma il dialetto che esprime la sanguigna resistenza quotidiana al potere è l’opposto del folclore dialettale ostentato e compiaciuto, servo e strumento del potere e talora crassa espressione di potere. Chi fa il napoletano è il peggior nemico dei napoletani.

Corriere.it | 7 settembre 2009

mappa dei dialetti italiani

20090906

sono del gatto


E' un'espressione che si usa quando si paventa il verificarsi di uno sciagurato evento che andrà a ripercuotersi sulle nostre sorti. E' adattabile ad ogni frangente: salute (in casi estremi, esprime la concreta possibilità di rimetterci la pelle), situazione economica, lavorativa, sentimentale, ecc.
"Enno dù settimane che c'ho febbriciattola, bronchite e raffreddore. Un sarà mia* l'influenza suina? Se è quella, sono del gatto!"

* mica

bósega

bósega

mùggine, cefalo

20090905

babalon

pulcinellababalón, anche babarón = chiacchierone, fanfarone
da bàbola = bugia
da
càbala = imbroglio, raggiro (dall'ebraico "kabbalah": scienza misteriosa, trasmessa per tradizione)

lóra

lóragrosso imbuto utilizzato per versare il vino nelle botti
[ dicesi anche di persona insaziabile ]

20090904

Una sciocchezza contrapporre i dialetti all’italiano

(...) senza la cornice della lingua nazionale il dialetto diventa un fatto folclorico, da osteria, da barzelletta paesana.

Alberto Asor Rosa
Università La Sapienza - Roma
unita.it | 14/08/2009

20090903

Bosga

Bósga (coff coff)!

rattuso

Gennaro F. che, simulando modi affettuosi da nonno, mi bacia sulle braccia schiudendo la bocca e lascia disgustose scie di saliva che pare mi sia strisciata una lumaca addosso. L'ostinato sguardo lubrico dell'attempato Ciro C. e il "vezzo", che lui evidentemenete reputa sensuale e accattivante, di sorprendermi alle spalle e soffiarmi lascivamente sul collo e dietro le orecchie. V.T. che, impeccabile in giacca e cravatta, si prodiga in noiosi e vacui convenevoli ostentando affettazione e ridicoli atteggiamenti da gentleman e si illude di celare occhiate viscide e concupiscenti dietro a scuri occhiali da sole. L'insospettabile collega D. che, durante un simpatico scambio di battute, crede di individuare l'occasione giusta per manifestare/dissimulare la sua rattusità latente schioccandomi uno sculaccione come si fa con le bambine (un pò troppo ben assestato e lievemente palpeggiatorio per essere innocente). Il settantenne E. B., "amico" poliedrico dalle variegate velleità artistico-intellettuali che mi si propone come una sorta di padre spirituale e allude a chissà quali affinità elettive tra noi ma, proditoriamente, un giorno, a suggello della nostra intesa "di anime", anela implorante ad un unico, a suo dire "simbolico", bacio sulla bocca. Sono solo alcuni esempi di ritratti rattuseschi da ricondurre alla mia personale esperienza. Sulle varie tipologie di rattuso si potrebbe scrivere un libro. Ogni rattuso ha un suo peculiare modo di essere rattuso. Esistono mille sfumature di rattusità.
I rattusi che ho scelto a corredo visivo del post sono decisamente simpatici e ben tollerati... Niente a che vadere con quelli in cui mi sono imbattuta io!

20090902

testo

testo...
testo
... torta al testo...
torta al testo
ricetta
La “torta al testo” è conosciuta sin dall'antichità. Tipica della tradizione perugina, è una schiacciata di farina, acqua, olio extravergine di oliva (o strutto), un pizzico di sale e, se la si vuole far alzare un po', una punta di bicarbonato o di lievito di birra. La torta deve il suo nome al “testo”, la pietra piatta refrattaria resa rovente dal fuoco ed utilizzata in origine per la sua cottura, ma in Umbria la chiamano anche “crescia”, “torta del panaro” o “pizza sotto il fuoco” (Terni).

20090901

catinora

catinòra

fine, rovina, disfatta, morte
[ arcaismo, da nunc et in hora... ]
Se no se magna, se va in catinora
(mia nonna Lorenzina)

 
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