20090820

giulio ferroni

Anche La Padania si perde nel dialetto

Dicono che vogliono “tenere alto il dibattito sull’identità”, coinvolgendo anche “le istituzioni scolastiche e l’informazione televisiva pubblica”: per fare questo affermano in dialetto veneto che «Lengue e dialeti xe el futuro dei zoveni». Ma certo, vista l’incredibile irresponsabilità di certe uscite di questi giorni, si ha l’impressione che i giovani si vogliano portare allo sbaraglio, chiudendo l’Italia futura in una frantumazione territoriale e mentale che l'allontanerà definitivamente dall’Europa, che getterà alle ortiche tutta la grande tradizione internazionale della nostra cultura e della nostra economia. Si dice che, dopo questa prova in dialetto veneto, i solerti zelatori della Padania (nel senso di giornale) offriranno esempi di altri dialetti regionali (piemontese, lombardo, ecc.): ma nella loro feconda immaginazione non si sono resi conto del fatto che le varianti dialettali sono moltissime, che ogni scelta fatta di un modello va a detrimento di altri possibili, ecc. Nella scelta del veneto essi hanno privilegiato la forma veneziana, che è la più facile da usare, perché dotata di una particolare tradizione letteraria, espressione della città “dominante”, che concedeva ben poco spazio di autonomia e di libertà alle aree di terraferma, le quali, sia nel passato che attualmente, presentano caratteri linguistici spesso molto diverse.
Se i leghisti volessero portare fino in fondo i loro propositi, dovrebbero allora pubblicare una miriade di edizioni diverse del loro giornale: una per ogni variante dialettale, non solo quindi fogli in veneziano, ma nella forma di Padova, di Rovigo, di Feltre, di Belluno, di Verona, di Schio, di Cortina d’Ampezzo; ma poi se si continua, nel Veneto e nel resto d’Italia, non se ne esce più... Ma è fin troppo ovvio che tutto ciò non ha nessuna credibilità culturale o linguistica: eppure agisce come un veleno sull’orizzonte della comunicazione, sullo scenario della politica, su vasti settori di cittadini sprovveduti; e proprio per questo richiederebbero di essere respinte nel modo più vigoroso. La scuola, l’università e le istituzioni culturali si sono fatte sentire troppo poco: devono ormai rendersi conto che è il momento di intervenire con forza nei confronti di queste aggressioni alla dignità del nostro Paese e allo stesso futuro delle giovani generazioni. Inutile ricordare ai leghisti che in Italia i dialetti (e una grande letteratura dialettale) hanno operato proprio in uno scambio con l’identità nazionale, in un’apertura verso la grande cultura del mondo, verso quel futuro che sarà disastroso se certi bislacchi propositi troveranno seguito.

Giulio Ferroni
Professore ordinario di Letteratura italiana
Università La Sapienza - Roma

unita.it | 14 agosto 2009

3 commenti:

spina di cactus ha detto...

Sono tentata da un po' da questa storia del dialetto e della cultura locale! Ci vorrei fare un post, prima o poi!

Lasciando perdere la cultura, ti do ragione sul fatto che ogni paese, ha il suo dialetto, in bergamasca, con la pianura, le valli e la città, ci vorrebbe una versione per paese . . .

Ciao, R

Dott. Marco Tamburelli, Dipartimento di Fonetica e Linguistica, University College London, UK ha detto...

se si vuole criticare la lega lo si faccia con argomenti fondati, non con affermazioni incorrette a puro scopo retorico, e soprattutto ci si informi prima di scarabocchiare i fogli.
"chiudendo l'Italia futura in una frammentazione che l'allontanera' definitivamente dall'Europa"; forse il Prof. non sa che e' l'Europa stessa che ha varato la Carta delle Lingue Regionali e Minoritarie che l'Italia si e' finora rifiutata di ratificare? La stessa Europa il cui slogan e' stato "Unity in Diversity", la stessa Europa che ha stilato il documento 928 del 1981 sui "problemi educativi posti dalle lingue minoritarie". Una cosa pare certa, che non c'e' nulla di piu' europeo che il rispetto delle lingue/parlate regionali e della diversita' culturale che ne consegue. O il Prof. Ferroni crede forse che la civilta' sta nel lasciar morire le differenze linguistiche e culturali, o nell'ignorare cio' che esiste sul territorio italiano da piu' di un millennio nel nome di quel progetto chiamato monolinguismo che ha meno di 150 anni? La Lega sparera' anche a vuoto, ma i suoi critici non sono da meno; il riconoscimento e insegnamento delle lingue regionali non ha niente a che fare con l'unita' o meno di un paese, come la Spagna dimostra ormai da anni, e il desiderio di voler per forza insistere sul meschino giacobinismo di "uno stato una lingua" non fa altro che alimentare la confusione, oltre che a diffondere ideologie che vanno interamente contro lo spirito Europeo. La civilta' sta prima di tutto nel rispetto di tutte le culture, anche quelle la cui lingua non ha la fortuna di vantare una cattedra di Letteratura alla Sapienza, come il veneto, il siciliano, il lombardo, il piemontese, il napoletano, e tutte le altre lingue regionali italiane riconosciute da UNESCO e ISO (che non mi sembrano essere note per il loro anti-europeismo...). Se ci sono idee migliori su come fermare il genocidio linguistico che lo stato italiano porta avanti da 150 anni, allora bisognerebbe discuterle, invece di cianciare su bandiera, costituzione, e unita'.
Quanto all'esistenza di "moltissime varianti dialettali" Ferroni a scoperto l'acqua calda; tutte le lingue regionali hanno varianti dialettali, spesso anche con forti differenze: e' cosi' per il catalano, il basco, il gallese etc. etc, ma questo non gli impedisce di essere lingue ufficiali nelle loro regioni. Cio' che impedisce il riconoscimento e l'insegnamento di una lingua non e' certo la variazione dialettale, ma la bigotteria di persone come Ferroni.

em ha detto...

argomentazione interessante e ricca di spunti...

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