20090416

tenerosse


Perchè Tenerosse,
lo mìssino 'n dù casse?
Perchè era così grosso...
che in una un ci capìa!

E' una filastrocca che ho scoperto grazie al mio amico Antonio il Giardiniere. Seravezzino D.O.C., lui sì che è un concentrato di versiliesità! Spesso io e lui ci divertiamo a parlare in versiliese stretto.
E' rimasto stupìto della mia vocazione. E da allora sono diventata la sua interlocutrice preferita. Ogni volta che a uno dei due viene in mente uno strafalcione in versiliese, prontamente lo esterna all'altro.

Non so se questa specie di filastrocca abbia un significato o venga usata in particolari contesti. Ma credo di no. Presumo che il suo senso sia legato esclusivamente al suono. Suona bene grazie alle numerose assonanze sibilanti.

L'identità di Tenerosse, rimane anch'essa avvolta nel più fitto mistero. Sarà un personaggio mitologico versiliese? Magari di origini longobarde? Mi viene da associarlo, sempre per assonanza, a Tassilone. A proprosito... si dice che Terrinca (volendo, si può cliccare!) piccolo paesino, frazione di Stazzema, arroccato sulle Alpi Apuane, abbia origini longobarde. Infatti, la più famosa pizzeria del luogo si chiama proprio "Da Tassilone" (fanno una pizza fantastica!). Però, Tenerosse, potrebbe anche essere il capo di una delle numerose tribù di indomiti liguri-apuani (ancora una volta, sempre volendo, si può cliccare), i più diretti antenati degli attuali versiliesi che, più di ogni altro italico popolo, hanno dato filo da torcere ai Romani.

Mìssino: ovviamente, "misero". E questo confuta la mia presuntuosa teoria sulla costruzione dei tempi verbali in versiliese. In base alle mie conoscenze, infatti, sarebbe dovuto essere "mettettero". Ma, evidentemente, esistono forme più arcaiche di passato remoto.
Capìa: entrava (da "capire", nel senso di "contenere").

3 commenti:

em ha detto...

se berlusconi vede sto copricapo, si vorrà fare subito la foto ricordo...

luca garfagnini ha detto...

Buonasera Cristina,
solo per caso mi sono imbattuto in un'immagine di un castello con la scritta: quercetani nel mondo. Ho cliccato, ho notato che nella sezione che La riguarda, Lei cita diverse parole vernacolari versiliesi e ne dà spiegazione. Brava! Ce n'è una però che è errata. E non in maniera lieve. Se Gliel’avessero già fatto notare, consideri pure nullo tutto quanto segue.
Mi riferisco al termine: TENEROSSE, che Lei ha così spiegato:
Perchè Tenerosse,
lo mìssino 'n dù casse?
Perchè era così grosso...
che in una un ci capìa!
... non so se questa specie di filastrocca abbia un significato...l'identità di Tenerosse, rimane anch'essa avvolta nel più fitto mistero. Sarà un personaggio mitologico versiliese? Magari di origini longobarde? ...ecc.
No Cristina. Non è così. Anzitutto il termine, il nome, NON e Tenerosse, bensì TENENOSSE.
Secondariamente, è inutile cercare di sciogliere il mistero dell'identità di questo personaggio, in quanto è frutto di pura fantasia. Infine, e qui me ne dispiaccio oltremodo, Le devo dire che la filastrocca da Lei riportata, altro non è che un passo, peraltro "stroppiato", di una delle più famose poesie dialettali di SILVANO ALESSANDRINI, il nostro maggiore poeta, scrittore e autore teatrale, dialettale. La poesia si intitola, appunto, Tenenosse, e racconta di una mamma che a sera, ai piedi del letto, soleva far recitare le preghiere al suo bimbo. L'ambientazione non è relativa ai giorni nostri, ma a tempi in cui, ai primi del '900, la liturgia cattolica prevedeva ancora di officiare le messe e di recitare le preghiere, in latinorum. La preghiera in questione era (ed è) il Padre Nostro, che il latino, come Lei m'insegnerà sicuramente, diviene Pater Noster. Nel passo in cui, in italiano, recita "e non ci indurre in tentazione...", in latino diventa "et ne nos inducas in tentationem...". Il popolo (quello più ignorante, intendo, purtroppo), molto spesso, anzi, quasi sempre, recitava queste preghiere a memoria, cantilenando; senza tanto riflettere sul significato delle parole e, men che meno, sull'esatta pronuncia. Il bimbo della poesia, dunque, a modo suo (come probabilmente altri della sua età…e non solo, forse), intendeva che “un tale di nome Tenenosse (et ne nos…), una volta deceduto, veniva sepolto, per un motivo a lui sfuggente, non in una bara (cassa), bensì in due (..inducas …). Se non ricordo male, la poesia, a braccio, era così:
La sera a piè del letto 'nginocchioni,
su mà gli facea dire l'orazioni:
"Pater noster", gli dicèa,
"Pater noster", rispondea.
"quiesi 'n cieli", continuava,
"quiesi 'n cieli"...e sbadigliava.
Ma una sera, chissà se 'l bimbo ci pensasse:
"O mà!", disse, "Perchè Tenenosse lo mìssino 'n dù casse?"
"Oimmea! Sta zitto e dormi..."
Ma mentre andava via: "si vede che 'n d'una...un ci capìa".

L’ultima frase è stupenda. Racchiude in sé tutto un mondo che oggi, purtroppo o per fortuna lo giudichi Lei, non esiste quasi più.
La saluto cordialmente sperando di non everLe recato eccessivo disturbo, cosa della quale, se fosse accaduta, Le chiedo sin d’ora scusa.
Luca Garfagnini.

cristina ha detto...

Benvenuto, Luca Garfagnini! Nessun disturbo, anzi. Sono contenta di trovare su Dialetticon un mio conterraneo (era ora!!!) e Le sono anche molto grata per avermi svelato l'arcano di Tenenosse. Chiedo venia per l'ignoranza che ho dimostrato...e volentieri mi accingo a leggere le poesie di Silvano Alessandrini (che ammetto, non senza sensi di colpa, di conoscere solo di fama)!

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