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20130922

gremolada


La gremolada (dal milanese gremolà, ridotto in grani), è un condimento composto da un trito di prezzemolo e aglio, con l'aggiunta di scorza di limone grattugiata, usato a crudo a fine cottura principalmente per insaporire l'osso buco alla milanese, ma anche per scaloppine o coniglio.

via | wikipedia

20120929

tastasal

Impasto di carne di maiale macinata, salata e insaporita con sale e pepe nero macinato, usato per fare il salame, che si usa(va) tastare (assaggiare) per verificare la corretta salatura dei salumi prima di insaccarli.

20120321

ajon

ajòn (s.m.) | salamoia bolognese

Condimento della tradizione contadina emiliana composto da un trito di sale grosso, rosmarino, aglio, pepe, salvia. 
Saporito, semplice e versatile, è in grado di insaporire anche un paio di ciabatte.

20110927

Ulàna

Ironicamente il termine indica anche le orecchie a sventola.

La nocciola si chiama anche nisöla (dal latino nuceola, diminutivo di nux, noce). Famoso è il modo di dire contadino "a san Ròch la nisöla la mòla 'l bròch" (a san Rocco, il 16 di agosto, la nocciola lascia il ramo) per ricordare il periodo di maturazione e raccolta dei frutti.

20110725

Gigióna

Cresce nella rüìda (il roveto, in dialetto la parola cambia genere).

20110620

crisommola


crisommola (s.f.) | albicocca
L'origine della parola è da ricercarsi probabilmente nel greco chrysomelon, composto di chrysus e me'lon, traducibile con "pomo aureo".
La "i" è appena pronunciata.

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similia tag | bricoccolo, mescemin

20110619

Cococcie

Cococcie = Zucchine

Stagione di cococcie, quest'anno abbiamo provato a piantarne anche qualcuna di queste tonde . . . si dovrebbero raccogliere quando sono grosse come un pugno . . . io ho raccolto anche quelle lillipuziane, da alcune piante. Non sono impazzita, ma, come diceva la Suocera, le prime vanno raccolte ancora piccole, per incrementare una produzione maggiore nella pianta.
Il problema è che poi, da un giorno all'altro, le zucchine crescono spropositatamente e allora, da queste parti, c'è un modo di dire "mi faccio qualche amico!", si regalano le zucchine a chi non ha l'orto . . . creando quella rete amicale di mutuo soccorso, per la quale (come nei tempi antichi) se questi amici avranno qualcosa in esubero, la divideranno con noi . . .vanno per la maggiore in questi scambi, quelle cose che deperiscono facilmente, frutta, verdure o pesci e, in momenti particolari, le uova.

Se una persona si dimostra dura di comprendonio, si usa dire:" Sì probie 'na cococcia!"

20110615

Roàia

Roàia, o erbiù.

Il primo termine viene usato più spesso per indicare la pianta o il campo coltivato a piselli, il secondo per il bacello e i singoli grani.

20110427

friarielli

Nome scientifico: brassica rapa.
I friariell sono una varietà di cime di rapa tipica della Campania. Dal sapore leggermente amarognolo, i friarielli formano una coppia perfetta con le salsicce, con cui di solito vengono mangiati, come ripieno di una pizza o semplicemente col pane.

20110331

Consà

Per consà zò bé l'insalata ga öl ü sapient, ün avaro, ü generus e ü mat.

Per condire bene l'insalata ci vuole un sapiente (il sale in zucca), un avaro (l'aceto, perchè ne basta poco), un generoso (l'olio) e un matto (perchè fa le capriole e quindi mescola bene il tutto).

20101102

El chisöl per i pòri morti

Domandate ai vecchi di Brenzone che cosa sia il chisöl. Vi risponderanno che era una questua. La facevano da ragazzini, in novembre, andando a elemosinar castagne di casa in casa.
Provate a far la stessa domanda a qualche anziano di Cassone, in terra malcesinese, poco più a nord. Vi dirà che il chisöl era un pane piccolo d'una volta e che ora non s'usa più.
Andate a chieder notizie nel Mantovano. Là il chisöl - o la chisöla, al femminile - è una schiacciata, resa ricca coi ciccioli di maiale, oppure con la cipolla o con l'uva passa.
Spostatevi nel Bresciano. Vi faranno assaggiare il loro chisöl, che è una focaccia dolce, zuccherata. Qualcuno vi racconterà anche un proverbio: "Per sant'Antóne chisöler, chi no fa la turta ghè burla zó 'l solér". Si riferisce a una ritualità legata alla festa di sant'Antonio abate, il 17 di gennaio. Dice Attilio Mazza: "Era tradizione nella Bassa bresciana che, per il giorno di sant'Antonio, le massaie preparassero èl chisöl, una focaccia. L'antica consuetudine assunse significato propiziatorio affinché non crollasse il solaio carico di neve". Ma forse non è proprio così. Almeno non del tutto. E tra il chisöl brensonàl, quello casonér, quello mantovano e quello bresciano potrebbe esserci un legame molto stretto, anche se a prima vista non parrebbe.
Forse la vera spiegazione del rito del chisöl la si può trovare, quasi incredibilmente, proprio a Brenzone. Qui - s'è visto - il chisöl non era qualcosa da mangiare, bensì una curiosa usanza novembrina. Ne ha parlato "El Gremal" nel '95. Lo spunto veniva da una breve composizione di una (allora) allieva di seconda elementare, Marta Sartori, che, dovendo indagare sulle tradizioni dei nonni, ha scritto così: "Nei giorni dei morti, quando i nonni erano bambini, nei nostri paesi c'era questa usanza: i bambini più poveri andavano, con un sacchetto, dalle famiglie che possedevano tanti castagni a chiedere 'el chissöl per i pori morti', cioè un po' di castagne". La notizia raccolta dall'alunna venne sottoposta al vaglio dei compagni, che a loro volta intervistarono i familiari. Se ne ricavò che "quasi tutti i nonni conoscono questa usanza". Pochi invece i genitori che avessero fatto la questua: la tradizione si stava perdendo.
Cosa c'entra la questua brenzonese con le focacce di Cassone e dei lombardi? C'entra. Ma ci arriviamo un po' per volta, aggiungendo un nuovo indizio.
L'ulteriore tassello m'è stato fornito dall'ex sindaco di Brenzone, Dennis Palminio, che ha sentito a proposito del chisöl qualche anziano del luogo. Ricevendo notizia che la questua non era riferita sempre e solo alle castagne, ma anche ad altri frutti e altre vivande. Sempre e comunque la si domandava "per i poveri morti". C'era dunque un qualche nesso fra il chisöl di Brenzone e il ricordo dei defunti.
Durante la questua si chiedevano in dono in particolare le castagne. E anche questo non è un caso. Le castagne erano cibo rituale e simbolico: il loro frutto esce dalla scorza così come il corpo resuscita dal sepolcro. A Bardolino il giorno dei morti nelle famiglie di campagna ci si dividevano i compiti: i più andavano alle funzioni sul cimitero, ma qualcuno restava a casa a cuocere le castagne, che fossero pronte al ritorno. Guai a farle mancare. Erano il pane dei morti. A San Zeno di Montagna il prezzo dei marroni restava alto sino a fine ottobre, per poi calare di colpo. Come può una data fare da limite alla fissazione del prezzo d'un prodotto alimentare, se quella scadenza non carica di significato l'alimento? Pensate al pandoro: dopo Natale è ottimo comunque, ma in bottega non se ne vende più neanche una scatola, se non riducendo brutalmente il prezzo. Così era per i marroni il giorno dei morti: passata la ricorrenza, crollava il prezzo.
Il chisöl era dunque il rito con cui i ragazzini di Brenzone andavano di casa in casa a domandare il pane dei morti. Così come altrove il chisöl era pane davvero. Pane rituale, da portare in tavola per le ricorrenze dei defunti. Era pane vero e proprio quello di Cassone. È pane arricchito di carne o verdure quello mantovano. È pane addolcito quello bresciano.
Si dirà: ma il proverbio di Brescia smentisce questa tesi. Il chisöl lo si preparava per la festa di sant'Antonio Abate. Che c'entra lui coi riti dei defunti? C'entra.
Molte festività cristiane hanno sostituito, sovrapponendovisi, antichi riti pagani. Il Natale in primis. Pensateci: nei Vangeli non si trova traccia della data di nascita di Cristo. Ed è comunque improbabile - dicono gli storici - che si trattasse della fine di dicembre. Ma a Roma l'imperatore Aureliano aveva fissato al 25 dicembre la festa del Sole invitto, celebrato con le corse dei carri, raffigurazione del carro solare. I primi cristiani hanno dunque sovrapposto al sole dei pagani quello della luce di Cristo: "Tu sole vivo per me sei Signore, vita e calore diffondi nel cuor" si canta ancora oggi nelle chiese.
Anche la festività di sant'Antonio abate è una sovrapposizione d'un culto pagano: quello di Lug, dio celtico della morte e della resurrezione. Il simbolo di Lug era il cinghiale, e sant'Antonio è sempre raffigurato con un maialino al fianco. La stessa campanella di sant'Antonio è simbolo della morte e della resurrezione. "Come è avvenuto spesso nel cristianesimo primitivo, i Celti convertiti hanno trasferito probabilmente gli attribuiti di Lug su sant'Antonio" osserva Alfredo Cattabiani. Le stesse reliquie di sant'Antonio sono giunte dalla terra dei Celti, la Francia.
Ancora il chisöl come pane dei morti, dunque. Anche nella tradizione bresciana. In forma diversa rispetto a Brenzone. Ma con lo stesso nome. Il che spinge a pensare che il chisöl sia il rito in sé, e non tanto ciò in cui si materializza. Rito comunque alimentare. Rito del pane dei morti: castagne o pani schiacciati che fossero. Ed a Brenzone se ne trovano gli indizi più autentici.
Perché proprio a Brenzone? Perché il suo lungo isolamento ha permesso di conservare traccia di usanze arcaiche, altrove dissoltesi. Giudicato "domicilio aspro e orribile", Brenzone è rimasto praticamente privo di strade sino alla fine degli anni Venti. Simili condizioni potrebbero aver consentito che lì e solo lì sopravvivessero tradizioni alimentari vetuste, non contaminate da altri usi alimentari o dalla cucina borghese ottocentesca. Non a caso proprio a Brenzone si trova la ricetta originaria del sisàm. E solo qui resiste un piatto come la polenta carbonéra, probabile indicatrice delle migrazioni che portarono alla colonizzazione di quest'impervia porzione del Baldo attraverso le valli lombarde ed il lago. Brenzone si mostra un prezioso laboratorio di ricerca sulle tradizioni gastronomiche del territorio veneto e lombardo.
Resta da soddisfare, credo, una curiosità: come si fa il chisöl in uso fra i Bresciani e i Mantovani. Gino Brunetti dice che il chisöl mantovano "era fatto con farina bianca, acqua, sale ed un poco di bicarbonato": il tutto veniva impastato e poi cotto col testo, ossia una teglia particolare per le torte o anche, più anticamente, un semplice disco di pietra o di terracotta per cuocerci, schiacciato, il pane "sulla madre del fuoco". "È fatto di farina bianca, acqua, sale e un poco di bicarbonato" concorda Franco Marenghi: l'impasto viene messo a cuocere sotto la cenere del camino in una teglia con coperchio. Lo si mangiava in sostituzione del pane. Doveva essere grosso modo così anche il chisöl che si usava a Cassone. Quello che, secondo Giuseppe Trimeloni, era "una particolare forma di pane piccoletta, tondeggiante e schiacciata". Lo stesso etimo riporta alla forma schiacciata, schisà.
"Che la chisöla incorpori l'uva fresca o secca, la cipolla o i ciccioli di maiale, poco importa: il carattere dell'impasto è sempre lo stesso", attesta Stefano Scansani parlando della tradizione mantovana. Lievito, farina bianca, acqua, sale e sugna, ossia greppole di maiale, sono anche gl'ingredienti del chisöl bresciano citato da Camillo Pellizzari. Secondo Marino Marini fra i componenti figurano anche zucchero, uova, uvetta e scorzetta di limone. E Marcello Zane dice che sul Garda lombardo il tegame di cottura veniva unto con l'olio e "spolverato di pan trito, veniva riempito da un composto formato da uova sbattute con zucchero, cui era stata aggiunta farina bianca, ancora dell'olio di oliva, sale e poco latte".
Questo è il chisöl. Sperando non se ne perdano la tradizione e la memoria.

(Angelo Peretti per la rivista El Gremal, 2000)

20101002

Fere


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feré (s.m.) | fungo porcino

20100811

Ciciote


Ciciòte

Sono i frutti dell'albero di gelso, così chiamati per la loro consistenza "cicciottella" e polposa. Il nome probabilmente deriva dal termine cìcio (o cìci, per usare una voce infantile), che indica un tipo di carne molto tenera e ricca di succhi.

20100603

Magioster

Magiòster

20100401

Borela


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Borèla, o a volte burlìna (cosa rotonda e piccola) = tuorlo

20100322

crespigne

Crespigno (Sonchus oleraceus)

In cucina, se teneri, si usano crudi come insalata, e cotti se più sviluppati.

Curiosità: proprietà depurativa della cistifellea.

Detto marchigiano: “Le crespigne de gennà non è bona per villà”

In questi giorni di fine inverno, nei prati intorno casa, oltre alle pratoline, all'acetosella (zuchì) e alle violette, un sacco di altre erbe spontanee, una, "l'erba crespigna", usata in una ricetta della suocera... "le fujie" che, marito e figlio a grande richiesta hanno mangiato l'altro giorno!

Si raccolgono le "crespigne", si mondano le foglie senza i gambi più duri, eliminando anche fiori e boccioli, eventuali. Si lavano e si fanno bollire con un po' di bietole e con patate tagliate a pezzi piccoli... si "cacciano" col "cacciamaccheroni" e si condiscono con olio e sale, mischiando delicatamente, perchè non devono venire "impappate", ma devono risultare delicatemte unite.

I tempi non sono indicati, perchè sto procendendo a naso... non avendo la Suocera, alla sua epoca, codificato questa semplice ricetta. La cognata, sua figlia, dice che lei prova e decide.

Per le dosi dell'olio per il condimento, mi rifaccio alla frase di una bisnonna di mio marito: "L'olio si deve vedere, se non si vede, non è bastante!"

Curiosità trovata in rete:
Plinio il Vecchio, naturalista dell’antica Roma del I secolo d.C. sosteneva che un piatto di crespigno nutrì Teseo, mitico eroe greco, prima che andasse ad affrontare il Minotauro. Nel medioevo veniva coltivata negli orti dei semplici all’interno dei monasteri, per utilizzarla come diuretico e depurativo.

20100310

desfrìto


desfrìto, disfrìto | soffritto

20100208

rosole

rosolerosole = (foglie di) papavero

In cucina sono svariati i piatti cui è possibile aggiungere foglie di papavero, lesse oppure ripassate in padella, con l’aggiunta di un po’ di olio.

20100205

bruscandoli


bruscandoli (s.m. pl.) | (germogli di) luppolo

20100103

subioti

subiòti (s.m. pl.) | maccheroni

 
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